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Asset Intangibili

Asset intangibili, questi (s)conosciuti

Come le aziende di servizi professionali gestiscono gli asset intangibili

Focus su rischio d’impresa, personale e dati

 

Il nostro viaggio alla scoperta del modo in cui le imprese italiane che erogano servizi professionali vede i propri asset intangibili prosegue sulla scorta dei risultati della ricerca Asseprim Focus 2019, i cui dati costituiscono la base delle nostre considerazioni.

Muovendo dall’analisi della gestione del rischio di impresa, che preoccupa il 51% delle aziende intervistate, emerge che la maggior parte delle notti insonni degli imprenditori dipendono dal mercato e dalle sue dinamiche, mentre i rischi legati alla gestione dei flussi finanziari e quelli sulla reputazione, seppure consistenti, turbano in modo un po’ più contenuto, forse perché appaiono più facilmente gestibili e in minor misura dipendenti da variabili esogene. Colpisce il quarto posto dei rischi fiscali, che preoccupano ben il 20% delle imprese, assai più dei rischi legali che pure dovrebbero essere al centro dell’attenzione, essendo strettamente connaturati ai quotidiani rapporti azienda/clienti/fornitori. Evidentemente però la farraginosa legislazione fiscale, i margini di interpretazione legati a ogni singola norma tributaria, il rischio di interventi dell’autorità dalle conseguenze sempre imprevedibili creano un contesto di notevole incertezza anche dove la natura rigidamente matematica della materia fiscale dovrebbe tendenzialmente azzerare ogni aleatorietà.

Anche i rischi informatici - come si evince dall'indagine Asseprim Focus - godono di una attenzione consistente pur se non preminente; probabilmente il livello mediamente alto di cultura tecnologica delle aziende che si occupano di servizi evoluti gli rende relativamente meno preoccupanti i pericoli legati alla cybersecurity.

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Un altro asset intangibile che richiede una forte attenzione è la produttività del capitale umano, per migliorare la quale la maggioranza delle imprese intervistate continua a pensare, in barba a tutte le best practice targate Silicon Valley, che il sistema più indicato non sia legato a forme innovative di welfare né a modalità moderne come il telelavoro o lo smart working, bensì i solidi, vecchi soldi sonanti e ballanti. E non quelli legati a una remunerazione più alta, si badi bene, bensì a sistemi di incentivi variabili, legati ai risultati. Insomma, come emerge dalla ricerca Asseprim Focus, per le aziende di servizi professionali evoluti il modello del lavoro a cottimo, intellettuale o materiale che sia, ha ancora un suo grande fascino, solo relativamente insidiato dalla formazione e dalla condivisione, indicate come fattori importanti rispettivamente dal 34% e dal 31% delle imprese.

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Chiudiamo infine con uno sguardo all’asset forse più complesso delle aziende moderne, sicuramente il più liquido e articolato: quello costituito dai dati. Sorprende il fatto che oltre il 40% delle aziende dichiari di non gestire banche dati quando, in realtà anche una semplice, piccola anagrafica di contatti, clienti o fornitori che siano, costituisce una banca dati degna di essere messa in evidenza. Evidentemente per molte delle aziende intervistate il concetto di banca dati è sinonimo di grandi archivi e non considerano il valore che possono avere rubriche o raccolte di pochi ma preziosi dati. Parafrasando Cuccia, i dati non si contano ma si pesano, concetto che forse non tutti hanno metabolizzato. Che la cultura del dato sia ancora poco sviluppata infine lo dimostra il fatto che a fronte di un 74% delle aziende che utilizza banche dati per propri scopi interni ci sia solo un 44% che considera i dati un asset comunque utile ai fatturati aziendali e appena il 20% che le usano come propellente per la propria attività commerciale.

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Reputazione, cosa non si fa per te...

Quali sono gli asset intangibili più critici e quale è il peso che viene attribuito loro dalle imprese che erogano servizi professionali?

A questa domanda risponde la ricerca Asseprim Focus, che ha interrogato al riguardo oltre 1100 imprese, campione rappresentativo dell’universo delle aziende italiane aventi il proprio core business nell’erogazione di servizi professionali alle imprese.

Per stilare una classifica dei principali asset intangibili e valutare in modo oggettivo la loro importanza, è stato chiesto alle aziende del panel di indicare per ogni asset il rispettivo peso sul bilancio.

La classifica degli asset intangibili

Ne è emerso - come si può vedere dall'indagine Asseprim Focus - che la reputazione aziendale è di gran lunga l’asset la cui cura pesa sul bilancio aziendale delle imprese dei servizi professionali più di ogni altro asset intangibile, soprattutto con riferimento a quelle di dimensioni medio/grandi; l’importanza attribuita alla propria reputazione infatti cresce parallelamente al crescere delle dimensioni dell’impresa.

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Prima piacere agli altri, poi al proprio interno: sembra essere questo il credo delle aziende italiane dei servizi professionali, che alle spalle della reputazione aziendale piazzano proprio il patrimonio costituito dalle Risorse Umane.

La gestione del rischio di impresa invece è un ambito che preoccupa ma in fondo non più di tanto, visto che si piazza al terzo posto, staccata di oltre dieci punti dalla seconda.

Sorprende un po’, ma fino a un certo punto se si considera la particolare attività delle aziende intervistate, che i diritti derivati (proprietà intellettuale, licensing), i marchi, i brevetti, il design, le sponsorizzazioni, il franchising e le nuove forme di business sul web (es. banche dati), alla base del successo di molte imprese di altri settori, siano considerati asset di minor rilievo, importanti per un numero abbastanza circoscritto di aziende.

 

Reputazione fa rima con ossessione o con insoddisfazione?

Se la reputazione pesa fortemente sul bilancio delle imprese di servizi professionali, una ragione ci sarà, e forse a ciò contribuisce proprio il fatto che solo il 26% degli intervistati si ritiene soddisfatto della reputazione della propria azienda presso i propri stakeholder (dipendenti, fornitori ma soprattutto clienti) mentre ben il 66% attribuisce agli stessi stakeholder un’impressione neutrale/indifferente verso la propria impresa, che scala in area negativa per il resto del campione.

Che la bontà della reputazione abbia conseguenze dirette e immediate sul business è risaputo ed è per questo che gli imprenditori dei servizi professionali corrono ai ripari. Così, dovendo scegliere dove investire per migliorare la propria reputazione, la maggioranza assoluta (il 55%) delle imprese opterebbe per la via più diretta, investendo proprio sui clienti che generano i propri fatturati mentre solo il 26% lo farebbe per motivare chi quei fatturati li produce, ossia i dipendenti, e appena il 18% indirizzerebbe i suoi sforzi sui fornitori.

 

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